Negoziati, a Gaza parola d'ordine e' fallimento
Sfiducia dilaga e Zahar minaccia, Hamas colpira' ancora
02 settembre, 18:38dell'inviato Alessandro Logroscino
GAZA - Le immagini dei negoziati di Washington, trasmesse da uno dei canali satellitari arabi, passano per un attimo sul maxischermo del caffé Oriental, a Gaza, dove qualche decina di avventori sorseggia bibite fredde dopo il tramonto di una giornata di Ramadan. Nessuno le degna d'uno sguardo. Per ravvivare l'attenzione occorre cambiare genere: meglio 'Zuhra e i suoi cinque mariti', la serie egiziana che contende i favori di stagione della platea televisiva palestinese alla soap opera siriana 'La porta dei vicini'. E' un piccolo episodio. Ma anche il segno dell'atmosfera di sfiducia, disinteresse, persino fastidio con cui la gente della Striscia di Gaza, l'enclave espugnata nel 2007 dagli integralisti di Hamas, rimugina in queste ore i colloqui voluti da Barack Obama fra il presidente moderato dell'Autorità palestinese (Anp), Abu Mazen, e il premier israeliano, Benyamin Netanyahu. La parola d'ordine, qui, è fallimento.
Evocata come una previsione a colpo sicuro dall'uomo della strada, dall'esponente politico o dall'esperto di turno: come l'accademico 'laico' Mukhaimar Abusada, secondo il quale la vera sfida di Abu Mazen potrebbe essere alla fine quella di riuscire a lasciare nelle mani dell'interlocutore il cerino acceso della responsabilità del probabile mancato accordo di fronte all'opinione pubblica occidentale; in modo da aprirsi uno spiraglio con Usa e Ue nell'ipotesi di un piano 'b' fondato sulla richiesta d'un riconoscimento Onu del futuro Stato palestinese almeno sulla carta. Una parola - fallimento - ripetuta soprattutto come un mantra dai tribuni di Hamas, che a un epilogo del genere lavorano per la loro parte di buona lena: scomunicando chi siede al tavolo di Obama, rivendicando gli attentati ricomparsi puntualmente alla vigilia e minacciandone altri. Il panorama a Gaza è più o meno quello di sempre. L'allentamento del blocco israeliano, seguito al sanguinoso abbordaggio della 'Freedom Flotilla', a fine maggio, ha aperto le porte a qualche genere di consumo in più. Ma i prezzi restano inavvicinabili per molti, le forniture di carburante ed elettricità intermittenti e il poco cemento che si vede continua ad arrivare quasi tutto dall'Egitto, attraverso i tunnel del contrabbando. Cantieri in itinere - per la ricostruzione degli edifici colpiti durante l'offensiva 'Piombo Fuso', venti mesi or sono - non se ne vedono. Hamas, intanto, mostra di tenere strette le redini del suo potere. E guarda fuori, puntando il mirino verso Abu Mazen e la Cisgiordania controllata dall'Anp. "I negoziati di Washington sono votati al fallimento, Abu Mazen non rappresenta più legittimamente il popolo palestinese e dovrebbe dimettersi", taglia corto all'ANSA il medico-ideologo Mahmud a-Zahar, uomo forte di Gaza, protetto da un trio di guardie armate nella casa-bunker in cui si sta ristabilendo da un'intervento a una gamba. Il fuoristrada blindato è parcheggiato nel salone d'ingresso, per ragioni di sicurezza; nella stessa stanza ci sono una brandina (circondata da mazzi di fiori augurali), una scrivania e un piccolo mausoleo domestico dominato dall'immagine del figlio 'shahid', caduto contro gli israeliani. Degli agguati di questi giorni - quattro coloni ebrei uccisi vicino a Hebron, due feriti verso Ramallah - Zahar non parla. Le Brigate al-Qassam, braccio armato di Hamas, li hanno rivendicati apertamente come un messaggio ai negoziatori di Washington e una risposta alla "repressione" che - affermano - gli apparati di sicurezza dell'Anp e israeliani stanno conducendo insieme contro le loro cellule in Cisgiordania.
Ma per lui non si tratta di azioni che abbiano che fare direttamente con i colloqui americani: "Quando si ha l'opportunità di colpire, si colpisce", svicola, ribadendo comunque che Hamas promuove "la resistenza" e si riserva di benedire "altri attacchi". Quanto alle trattative, insiste, "sono già fallite in partenza: il nostro rapporto con gli israeliani è fra occupati e occupanti, l'attuale governo sionista è fra i più estremisti della storia e Netanyahu non ha alcuna intenzione di concedere nulla su Gerusalemme, né di ritirare i coloni che oggi vivono sul 40% del territorio della Cisgiordania, né di consentire il ritorno dei profughi ("il 60% di 10 milioni di palestinesi", secondo la sua stima) o di restituirci il 40% dell'acqua che Israele consuma". La conclusione - accompagnata da una requisitoria a latere contro l'Italia, "il suo governo e i suoi media filo-israeliani" - è sommaria: "A Washington si sta giocando un brutto gioco, che come in passato fornisce a Israele un ombrello per continuare a perseguire i suoi obiettivi politici a spese dell'interesse nazionale palestinese".
Un gioco che Obama non è in grado di equilibrare poiché "la sua influenza è zero, come ha mostrato cedendo a Netanyahu" sulla richiesta di un congelamento totale delle colonie. E che "non finirà con un fallimento ufficiale solo perché i partecipanti si rifiuteranno di riconoscerlo", sentenzia il notabile di Gaza. Ma al quale Hamas ha già dato la sua risposta.






